Spending review: la ricetta del ministro Giarda
giovedì, gennaio 26th, 2012Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile. Oggi, anzi, è la condizione necessaria per eliminare sprechi e inefficienze, garantire il controllo dei conti pubblici e liberare risorse da utilizzare per interventi di sviluppo. Ma prima di operare quella che viene definita la “spending review” e’ indispensabile conoscere lo stato dei fatti, numeri e dati concreti. Questo l’obiettivo del rapporto redatto dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda.
Tre i capitoli del rapporto. Nel primo è contenuta una descrizione della spesa, il secondo capitolo traccia una classificazione di ciò che deve essere considerato ”spreco” mentre il terzo capitolo riguarda il patto di stabilità interno.
«La revisione della spesa ha due obiettivi. Il primo – spiega il ministro Giarda – è quello di restituire al settore privato attività e interventi che non hanno più ragione di essere pubblici. Il secondo è di garantire efficienza nella parte che rimane al settore pubblico con lo scopo di concentrare l’azione su chi ne ha bisogno».
Il rapporto è stato elaborato da Giarda nel suo incarico alla guida della commissione costituita nel precedente governo dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, nell’ambito dei lavori preparatori per la delega fiscale e assistenziale.
Punto di partenza è l’analisi macroeconomica sull’evoluzione della spesa pubblica negli ultimi sessanta anni, dal 1951 al 2010. In questo periodo l’esborso per pensioni è passato dal 9,4% sul totale della spesa pubblica, al 30,2% ma allo stesso tempo e’ diminuito quello per assistenza e trasferimenti alle famiglie (dal 12,2% all’8,8%). In calo anche i contributi alla produzione, dal 3,6% all’1,9% con un picco al 6,4% nel 1980. Cio’ che e’ andato costantemente diminuendo è la spesa per investimenti, dal 15,4% al 6,8%. La spesa complessiva per consumi collettivi dal 1980 ad oggi è rimasta sostanzialmente invariata (circa il 41%) ma al suo interno è cresciuta quella per la sanità, dal 29,7% al 33,8%, e si e’ ristretta la spesa per istruzione, dal 25,7% al 20%.
Classificando ”sprechi” e ”inefficienze” il rapporto sottolinea che ”nella gestione della spesa pubblica il canone guida dovrebbe essere quello dell’efficienza economica. Dall’esigenza di non occupare un numero di addetti superiore a quello tecnicamente necessario a realizzare un particolare obiettivo, o di non assegnare benefici finanziari ad un soggetto che non li necessita, fino alla valutazione se una espansione della presenza pubblica in un particolare settore, finanziata con l’aumento del prelievo tributario, non abbia conseguenze negative sul potenziale di crescita dell’economia”. Ci sono sprechi nella produzione dei servizi quando ”una macchina costosa e ad alto potenziale viene sistematicamente sottoutilizzata” e quando ”si acquistano fattori produttivi pagando prezzi superiori al mercato”. In particolare la Sanità è compresa tra gli «sprechi di Tipo 2»: acquisto di fattori produttivi pagando prezzi superiori al prezzo di mercato o all’effettivo valore. A titolo di esempio, il rapporto cita il caso, più volte riscontrato nell’acquisto di farmaci, che diverse aziende sanitarie pagano prezzi diversi per lo stesso prodotto.
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