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Editoriale Il Welfare dell’Italia anno VI n. 31 ottobre-novembre 2011

martedì, dicembre 6th, 2011

Un numero tutto “speciale”

Per questo numero de Il Welfare dell’Italia abbiamo scelto di realizzare uno speciale monografico, interamente dedicato all’accordo siglato nel mese di ottobre tra Federsanità, Anci e Rete Città Sane. Un accordo, è importante ricordarlo, finalizzato a una fattiva collaborazione istituzionale e alla realizzazione di iniziative e progetti sulle tematiche della salute e della prevenzione, in ottemperanza alle linee guida della nuova fase di lavoro della Rete europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il fine dell’operazione è doppio: da un lato Federsanità intende contribuire, anche con questa rivista, a una riflessione costruttiva per la piena applicazione del Piano Sanitario Nazionale 2011-2013 che pone come macro obiettivo del Servizio sanitario nazionale non solo la promozione della salute dei cittadini, ma anche del “benessere e della salute dei cittadini e delle comunità”.

Dall’altro, questo periodico intende guardare sempre più ai i suoi lettori naturali, intercettandone le priorità, e candidarsi ad essere il luogo idoneo per contribuire al dibattito sul futuro del welfare state. Questo giornale resta un solido alleato dei principali attori delle politiche sanitarie e sociali italiane ed europee, aperto ad ogni intervento e ad ogni voce di quanti hanno a cuore il cammino e la nuova mappa sociale di questo Paese.

Abbiamo pertanto scelto di approntare un restyling grafico e suddividere le sezioni in tre macroaree più un’anteprima, che entrano nel dettaglio delle tematiche centrali individuate dalle associazioni quali aree di sviluppo programmatico secondo l’accordo: Città&Sociale, Città&Ambiente, Città&Benessere. L’anteprima riassume invece alcuni dei temi di cogente attualità e ospita un’intervista che saluta il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il quale ci lascia interessanti spunti su cui riflettere per il futuro.

Federsanità Anci è consapevole dei cambiamenti in atto e del momento particolare che vive l’Italia. Perciò, a partire da questo numero, intende invitare i suoi associati ad essere sempre più protagonisti delle politiche della sanità italiana e contribuire con responsabilità al dialogo nazionale.

                                                                                                      L’Editore

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno VI n. 30 agosto-settembre 2011

martedì, ottobre 4th, 2011

La politica del gambero

Non molto è possibile aggiungere sulla querelle che ha interessato la grande manovra economica studiata
e portata a compimento tra il mese di agosto e questo incendiario inizio di settembre. Inutile valutare le
ipotesi che non si sono concretizzate così come superfluo è commentare la risposta dei mercati e dei nostri
partner europei alle scelte fatte dal governo e varate dai due rami del Parlamento. Molto ancora dovremo
attendere prima di sapere in che misura essa ha funzionato e se il risultato ottenuto si possa collocare
al di sopra (come credo) o al di sotto delle aspettative. Ma, nel frattempo, è utile fare la conta delle pur
poche certezze, un principio che vale universalmente in Sanità come in altri settori. Occupandoci del nostro,
dobbiamo ribadire che è proprio di questo che abbiamo bisogno: partire da punti fermi sui quali si possa
innestare un percorso virtuoso.

Lo abbiamo detto più volte: non è possibile fare dietrofront sulla scelta del metodo dei costi standard. È
orami orientamento comune lavorare per superare la logica della “spesa storica”, un lavoro che porterà
a definire con contezza le risorse necessarie per l’erogazione dei servizi. Nel sistema sanitario italiano, è
vero, esistono molte obsolescenze, ma la materia è soggetta per sua natura a continue innovazioni cui si
debbono inevitabilmente accompagnare scelte alternative, nuovi criteri finalizzati a definire la corretta
allocazione delle risorse e a valutare le reali necessità, di volta in volta.

Lo possiamo chiamare federalismo fiscale – nella speranza e convinzione che non subisca inutilmente
rallentamenti – o lo possiamo chiamare con altri nomi ma il fatto resta: l’impiego dei costi standard in
Sanità è ormai un’acquisizione definitiva e pertanto non potrà (né dovrà in alcun modo) essere derogato.
Dobbiamo partire da qui e smettere di imitare la proverbiale “camminata dei gamberi”.

Angelo Lino Del Favero

Presidente Federsanità Anci

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno VI n. 29 giugno-luglio 2011

martedì, giugno 21st, 2011

Federsanità festeggia i  150 anni della sanità: “un traguardo di tutti”

La società cambia ogni qual volta spira un vento nuovo. E un vento nuovo si alza sempre in ragione di una forte motivazione. Quando l’Italia fu fondata, essa versava in un stato sociale e assistenziale quantomeno precario. I figli di questa novella nazione avevano sì unito un Paese diviso per secoli eppure morivano ancora per malattie elementari. Fu grazie alla forza di volontà di un esercito silenzioso e devoto, che le generazioni a venire poterono progredire e conoscere sempre maggiori garanzie di vita. Un esercito fatto di medici, infermieri, ricercatori, studiosi, a cui certo le motivazioni non mancarono mai. Fu grazie alle loro cure e alla forza dei suoi scienziati, di cui l’Italia è sempre stata fertile, che la Sanità divenne prima una cosa pubblica, quindi un’istituzione in grado di sostenere la crescita demografica dello Stato. A costoro si affiancarono figure eminenti, dagli intellettuali ai politici, capaci di avere una visione di bene comune e proiettare quest’idea di progresso fin dentro le corsie di un ospedale. L’assistenza sociale iniziò a prendere piede, una nuova cultura laica si affermò e le strutture sanitarie crebbero. Presto o tardi, a seconda dell’analisi storica, l’intervento dell’amministrazione pubblica disegnò per tutti noi una realtà che permette ora al nostro Sistema sanitario di essere preso da esempio anche in democrazie evolute come gli Stati Uniti. L’universalità delle cure, un principio che è fiorito da tempo in tutta la Penisola, ha permesso tutto questo. A centocinquant’anni di distanza, possiamo allora festeggiare e guardare con ammirazione alla storia della Sanità italiana, consapevoli che la salute è e rimarrà bene primario e imprescindibile di ogni società. Per questo, la Pubblica Amministrazione è ancora in prima linea al fianco dei cittadini e non può e non deve derogare a tali principi ma piuttosto rinnovare il proprio ruolo da protagonista. Federsanità è parte integrante di questo meccanismo e i suoi associati debbono guardare al futuro con la consapevolezza di quanto sia necessario svolgere con dedizione e professionalità la propria missione, come sempre, al servizio di tutti.

Angelo Lino Del Favero

Presidente Federsanità Anci

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno VI n. 28 aprile 2011

giovedì, aprile 7th, 2011

Integrazione socio sanitaria: il federalismo può fare un passo avanti

Il principio dell’integrazione socio-sanitaria è alla base dell’iniziativa di Federsanità Anci, da sempre. I nostri interventi muovono dunque dalla convinzione che i diversi servizi rivolti ai cittadini in ambito sociale e sanitario debbano sempre più e sempre meglio intrecciarsi, così da fornire una rete di assistenza e di cura che risponda ai bisogni della persona, riducendo al minimo gli sprechi. L’esempio migliore, in questo senso, è il progressivo cambiamento della funzione delle strutture ospedaliere: se un tempo erano la sola risposta esistente alla domanda di salute, da molti anni ormai stiamo cercando di concentrare sugli ospedali i grandi interventi, gli eventi acuti, spostando sul territorio la prevenzione, la cura delle patologie croniche, l’assistenza a disabili e non autosufficienti. La risposta ospedaliera, infatti, è spesso inappropriata, scomoda per il cittadino e inutilmente dispendiosa per il sistema.

L’integrazione socio-sanitaria si fonda invece sulla possibilità di modulare risposte adatte alle diverse, specifiche domande di salute, diverse tra loro e alle quali non si può quindi dare una risposta uguale. Il processo federalista, che in sanità è già avviato da quasi vent’anni ma che si va rafforzando con gli ultimi provvedimenti all’esame del Parlamento, segnerà un passo avanti importante per la costruzione dell’integrazione socio sanitaria. Perché così come non sono uguali le domande di salute, non sono uguali i territori. E per ogni realtà occorre costruire reti appropriate, senza farsi tentare dalla scorciatoia del modello unico. Territori diversi, reti integrate diverse, qualità uguale. Solo così potremmo ottenere un federalismo equo.

Il federalismo in sanità rappresenta, quindi, una grande opportunità, una spinta a migliorare e diffondere modelli regionali che hanno dato buoni risultati sul piano dell’efficienza e della qualità dei servizi. Il federalismo rischia di essere un salto nel buio dove si mantengono situazioni troppo lontane dagli standard minimi di qualità che, in ogni caso, devono essere praticati su tutto il territorio nazionale.

In un contesto di rivoluzione epidemiologica, per cui a fronte del calo della mortalità per patologia acuta aumentano le patologie cronico-degenerative, il rapporto tra assistenza sanitaria e territorio non può che essere di alleanza e di responsabilità. Se al centro viene posto il paziente con tutte le sue necessità sanitarie e socioassistenziali, i servizi devono essere pensati in maniera integrata, senza lasciare spazi vuoti o sovrapposizioni avendo come piatti della bilancia la qualità e la sostenibilità dei servizi erogati.

Angelo Lino Del Favero

Presidente Federsanità ANCI

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno VI n. 27 febbraio 2011

mercoledì, marzo 2nd, 2011

Tra le incognite più interessanti su cui si dibatte in relazione al tema del mutamento dello stato sociale, vi è il ruolo che il terzo settore, “nelle forme di volontariato e dell’associazionismo sociale” potrebbe assumere nel nuovo modello di Welfare che, come descritto ampiamente nel “Libro bianco sul futuro del modello sociale” del Ministro Sacconi, è fondato sulla sostenibilità ed equità. Questi due principi sono le leve atte a garantire l’ulteriore sviluppo del nostro sistema sociale, in un modello supportato dalla valorizzazione delle funzioni pubbliche in sussidiarietà con la famiglia, le realtà private profit e non, e tutti i corpi intermedi che concorrono a costruire la comunità.

È infatti diffusa l’idea che le attività cosiddette “fuori mercato” potrebbero rivelarsi essenziali per il welfare di uno stato moderno che si trova ad affrontare una situazione di crescente difficoltà, se non addirittura di crisi a causa della scarsità di risorse economiche. È indubbio infatti che i limiti della spesa pubblica, imposti dalla crisi fiscale che ha colpito i governi europei, abbiano posto un freno all’espansione del welfare state, rendendo impossibile ogni ulteriore incremento degli interventi di politica sociale e obbligando molti governi a perseguire una politica di tagli alla spesa. L’attività del volontariato, grazie al carattere gratuito del suo impegno, appare, in questo panorama, una nuova risorsa strategica nella gestione dei servizi relativi al benessere personale e collettivo dei cittadini, proponendosi come una componente permanente e stabile della nostra società civile,  accanto ai tre tradizionali pilastri del welfare: la famiglia, il mercato e, appunto, lo Stato.

In una simile situazione il cosiddetto volontariato ha diversi compiti integrativi: occuparsi di quelle aree di frontiera come la tossicodipendenza o l’immigrazione; fornire i servizi considerati integrativi come l’assistenza psicologica ai malati cronici o terminali, o il tempo libero delle persone diversamente abili; svolgere il ruolo di interlocutore critico e stimolatore per la qualità e l’allargamento dell’intervento pubblico nel settore dei bisogni sociali.

Su questi presupposti, il 2011 è stato proclamato dall’Ue “Anno Europeo del Volontariato” con l’obiettivo di trasformare l’attività non profit in elemento di promozione della partecipazione civica e delle attività di scambio tra cittadini dell’Unione europea. Per queste ragioni, la redazione de Il Welfare dell’Italia ha deciso di dedicare uno spazio speciale al tema, al fine di sottolineare come il nostro Paese, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, ha sempre reagito grazie al contributo di chi, non per dovere, tende agli altri una mano.

Teresafrancesca Bonacci

Direttore Il Welfare dell’Italia

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno V n. 26 dicembre 2010

martedì, gennaio 11th, 2011

“La nuova società, dagli immigrati al sostegno alle famiglie”

Stiamo vivendo in una realtà socio-culturale nuova, dove accanto a forme di convivenza civile tradizionale, si accompagnano differenti modalità di relazione e di integrazione. I processi storici ci insegnano che la società è un continuo fermento di idee, di abitudini, di scambi che arricchiscono, in ogni luogo e in ogni tempo, il patrimonio delle singole identità e consentono di innestare, su radici consolidate, nuovi comportamenti e nuove consuetudini.

La realtà in cui ci muoviamo ogni giorno è estremamente dinamica;  la comunità e le sue relazioni si modificano continuamente, accogliendo e conoscendo punti di vista differenti, modus operandi innovativi, forme di aggregazione diverse. L’azione politica e amministrativa non può prescindere da questa analisi del tessuto sociale che richiede un approccio moderno e innovativo: immigrati e nuove forme di convivenza sono due sfide della società contemporanea.

Un sindaco oggi si rapporta quotidianamente con i cittadini, con le loro storie, molto spesso con le loro necessità. Nel nostro Paese, per esempio,  gli stranieri rappresentano circa il 7-8 per cento della popolazione e influiscono, in modo significativo, sul nostro tessuto sociale. Molte sono le questioni relative all’integrazione ancora aperte. Ne voglio sottolineare una che, a mio parere, costitiuisce una sfida fondamentale per la costruzione di una società multietnica coesa e pacifica: il diritto, per le seconde generazioni, ad avere la cittadinanza italiana in modo da poter favorire, a pieno titolo, il loro inserimento nella nostra società.

Partendo dai ragazzi, da coloro che sono nati in Italia e che ogni giorno frequentano le nostre scuole, giocano con i nostri figli, assimilano le nostre abitudini, potremo avviare un processo di integrazione che rispetti i diritti fondamentali della persona, chiunque essa sia e da qualunque parte del mondo provenga. Al tempo stesso la politica deve confrontarsi con le nuove forme di convivenza che popolano la nostra quotidianità, assicurando a tutti gli individui uguali diritti e identiche garanzie economiche e sociali.

Dal livello locale al livello nazionale l’azione politica può e deve confrontarsi con i cambiamenti, in un’ottica di apertura alla modernità, favorendo lo scambio di esperienze, la reciproca conoscenza e la condivisione. E’ un obiettivo alto che si propone di garantire ai cittadini, tutti, la possibilità di realizzarsi, di sostenere il costo della vita, di poter contare su una sanità efficiente e capillare, e su un welfare che sia occasione di promozione e di costruzione del futuro.

Guidare una comunità territoriale significa, in conclusione, favorire la coesione sociale, creare occasioni di scambio, promuovere strumenti per favorire il benessere sociale e il rispetto dei diritti. Quelli di tutti.

Giorgio Del Ghingaro

Presidente Federsanità Anci Toscana

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno V n. 25 novembre 2010

lunedì, novembre 8th, 2010

Dobbiamo guardare e orientarci ad un nuovo modello di Welfare dove la centralità della persona sia il perno intorno a cui far ruotare scelte politiche, economiche e sociali. Le parole d’ordine devono essere sostenibilità ed equità al fine di garantire l’ulteriore sviluppo del nostro sistema sociale.

Il welfare del futuro dovrà servire la persona superando la logica assistenzialista che induce ulteriore disuguaglianza sociale, armonizzando l’attenzione ai bisogni con l’attenzione ai meriti, favorendo uno sviluppo economico che faciliti anche la redistribuzione della ricchezza.

In questo contesto di ri-orientamento complessivo del modello sociale italiano, anche il Servizio Sanitario deve rinnovarsi. Per essere coerenti con quanto proposto dai grandi obiettivi futuri di tutela della salute proposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, bisogna determinare un significativo ridisegno delle funzioni assistenziali che tenga conto della rivoluzione epidemiologica in atto, dello sviluppo scientifico e la sua applicazione in medicina, in sintonia con l’attesa di un miglioramento della qualità della vita. L’ospedale non può più essere  il luogo di risposta prevalente ai bisogni di salute e assistenza, deve lasciare spazio ad una filiera di servizi di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione per la non-autosufficienza assolutamente innovativi anche nelle modalità di erogazione e organizzazione, in grado di rispondere con appropriatezza e puntualità alle richieste dell’utente.

Tutto ciò, oltre a migliore appropriatezza, determinerà anche un minore costo del sistema. Si vanno consolidando le grandi reti di ospedali che, seppur in numero minore, si avvalgono di tecnologia e professionalità elevate e impiegano metodiche di “dematerializzazione” nella trasmissione e archiviazione delle informazioni. Nella dimensione territoriale acquisiscono un ruolo crescente i servizi di assistenza domiciliare, le residenzialità extra-ospedaliere per non autosufficienti disabili, anche con formule innovative, quali gli ospedali di comunità e gli hospice per i pazienti in condizioni di fine vita. Si tratta di un Welfare delle opportunità che va oltre il concetto di integrazione tra ospedale e territorio in quanto sa cogliere il valore della sinergia tra ambienti professionali con competenze diverse, ma assolutamente complementari nel percorso di cura e presa in carico della persona.

Angelo Lino Del Favero

Presidente di Federsanità Anci

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno V n. 24 settembre 2010

lunedì, maggio 31st, 2010

Invecchiare con cura

Progetto di prevenzione della malattie dell’invecchiamento attraverso corretti stili di vita

Analogamente alle altre società occidentali, anche quella italiana sta affrontando una progressiva e radicale modificazione demografica.

L’aumento della vita media e la riduzione della natalità stanno causando un continuo invecchiamento della popolazione e stime recenti indicano per il 2030 un numero di ultrasessantacinquenni pari a circa 14 milioni, cioè oltre un quarto dell’ intera popolazione. Fra queste persone molte avranno più di 80 e addirittura 90 anni.

In conseguenza di questa evoluzione muteranno i bisogni della popolazione e, se non si considerassero con lungimiranza le ricadute sociali ed economiche dell’invecchiamento, si correrebbe il serio rischio di mettere in crisi il nostro sistema paese.

Per questo motivo, il mantenimento di un buono stato di salute psicofisica diventa una necessità non solo del singolo individuo ma di tutta una nazione che nel sistema del welfare estrinseca nella forma più alta il patto sociale.

In questo ambito nasce il progetto “Invecchiare con cura” promosso dall’IRCCS-INRCA e dall’ANCI Marche e che vede nella sua attuazione il contributo sinergico di diverse organizzazioni come la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e FEDERFARMA.

Il focus del progetto è sull’invecchiamento e sulle malattie proprie di questo processo naturale, malattie che spesso possono essere prevenute, o le cui ricadute in termini di disagio psicofisico possono essere contenute, attraverso l’adozione di corretti stili di vita.

Non e’ certo casuale il ruolo dell’ANCI, essendo il Comune il nodo centrale della nostra struttura organizzativa sociale ed il primo cittadino l’ autorità più alta in campo sanitario in tale ambito.

Il medico di medicina generale rappresenta l’interfaccia fra il cittadino ed il sistema sanitario nazionale; oggi, come ai tempi delle condotte, egli e’ il primo riferimento per i problemi di salute, profondo conoscitore dei bisogni dei pazienti che a lui si affidano e dei problemi sanitari del territorio su cui svolge la propria opera.

Le farmacie, infine, costituiscono una rete capillare in tutto il territorio nazionale e si ipotizza l’utilizzo di questa distribuzione territoriale per creare, in sinergia con la medicina generale, dei riferimenti per problemi di salute che non necessitino un intervento ospedaliero.

Infine, l’INRCA, un istituto nazionale con una vocazione specifica ed unica nel campo dell’ assistenza agli anziani che metterà a disposizione l’expertise dei suoi professionisti maturata non solo attraverso l’ attività di ricerca ma anche attraverso il contatto quotidiano con l’anziano sofferente. Il patrimonio di conoscenza acquisito attraverso un’attività pluridecennale circa i bisogni, le aspettative, le necessità dell’ anziano e del suo entourage familiare verrà “restituito” sotto forma di informazione alla cittadinanza.

Il programma sarà attuato attraverso una serie di incontri itineranti con la cittadinanza che toccheranno numerosi comuni marchigiani.

Oltre ai temi dell’ alimentazione, dell’attività fisica, delle cadute, della patologia cardiaca verranno anche trattati argomenti come le relazioni interpersonali, il corretto rapporto con il medico di famiglia, le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

La sfida consisterà nella capacità di coinvolgere la cittadinanza non solo con temi di sicuro interesse ma anche con modalità comunicative che possano stimolare alla consapevolezza che un corretto stile di vita e’ fondamentale per una vecchiaia serena ed attiva.

Antonio Aprile

Dg INRCA Ancona

Editoriale Il Welfare dell’Italia anno IV n. 20 – dicembre 2009

mercoledì, febbraio 10th, 2010

Il Servizio sanitario italiano è certamente tra i migliori al mondo. In tutte le graduatorie internazionali si posiziona tra i più vantaggiosi in termini di tutela della salute della popolazione e  qualità complessiva delle prestazioni. Ciò nonostante, esso presenta alcuni seri elementi di criticità come l’inappropriatezza di alcune prestazioni, l’organizzazione ancora prevalentemente burocratica della medicina di base e la carenza di servizi di assistenza domiciliare integrata. Molto altro si potrebbe aggiungere come le lunghe liste di attesa o l’ingiustificato livello di spesa farmaceutica per abitante in alcune Regioni. Inoltre c’è da fare una riflessione su quelle che possono essere definite le tendenze di lungo periodo della spesa sanitaria, ovvero l’invecchiamento della popolazione, il progresso della medicina e le evoluzioni socioeconomiche. Rispetto a queste considerazioni è possibile riscontrare inefficienze e inappropriatezze che sono particolarmente pervasive in alcune Regioni, piuttosto che in altre. Proprio la distribuzione dei disavanzi fra le diverse Regioni conferma che vi sono margini di miglioramento sia nell’efficienza quanto nell’appropriatezza dell’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Da queste premesse, nasce un nuovo Patto per la Salute sottoscritto da Governo e Regioni. L’obiettivo è quello di ricondurre sotto controllo la spesa sanitaria, dare certezza di risorse per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) su un arco pluriennale, sollecitare e sostenere le azioni necessarie a elevare qualità e appropriatezza delle prestazioni, ma soprattutto riequilibrare le capacità di fornire servizi di analoga qualità ed efficacia su tutto il territorio nazionale.

Il miglioramento delle prestazioni richiede però un importante rafforzamento di tutte le attività di prevenzione e il potenziamento dell’integrazione socio-sanitaria, a cominciare dall’assistenza ai non autosufficienti. In questo contesto i Comuni devono avere un ruolo da protagonisti soprattutto se si guarda ad una qualificazione delle reti ospedaliere regionali ed un parallelo sviluppo dei servizi territoriali.

Allo stesso tempo è opportuno che gli enti locali assicurino il monitoraggio al fine di garantire l’equilibrio finanziario in condizioni di efficienza e appropriatezza per far sì che questo sforzo economico non pesi sulle tasche dei cittadini. A questo proposito è necessario sottolineare come in molte regioni (ovvero quelle che non hanno rispettato i vincoli imposti nell’annualità precedente) sono stati introdotti ticket e forme di tassazione.

In questo contesto monitorare significa anche avviare e promuovere politiche che non guardino soltanto alle logiche economiche ma che – in un quadro generale di equilibrio economico – diano vita ad azioni e programmi di carattere organizzativo, di innovazione e di investimento anche sulle risorse umane.

Di Simone Naldoni

Assessore Politiche Sanitarie e Sociali Comune di Scandicci (Fi)

Vice Presidente Vicario Federsanità Anci

Editoriale Welfare dell’Italia Anno 4, Numero 19 – Ottobre 2009

martedì, dicembre 1st, 2009

Una stretta sinergia tra enti locali e aziende sanitarie. Questo è lo strumento per realizzare sul territorio risposte assistenziali adeguate ai bisogni dei cittadini. All’inizio degli anni ’90 l’Italia si rese protagonista di importanti riforme sanitarie che, estromettendo i Comuni dalla gestione delle attività, introducevano importanti criteri di aziendalizzazione, attraverso la creazione delle Aziende sanitarie locali (Asl). I tempi lo richiedevano, la spesa andava meglio monitorata e sottoposta a criteri di controllo e ad una programmazione maggiormente adeguata alle esigenze economiche del momento. Oggi però la situazione economica sociale, politica e epidemiologica del nostro paese necessita di una ulteriore riflessione sul complesso dell’organizzazione sanitaria. L’aumento delle aspettative di vita, il cronicizzarsi di alcune patologie prima non curabili, la trasformazione degli ospedali da luoghi di cura in ospedali per acuti, l’insorgere di patologie connesse maggiormente agli stili di vita non corretti, pongono alle comunità locali la responsabilità di affrontare il tema salute, certamente come diritto individuale, ma anche come responsabilità collettiva. Ne consegue che l’attività sanitaria in senso stretto non è più sufficiente a rispondere alle esigenze attuali.

L’erogazione delle prestazioni sanitarie, anche dove si fa bene e con la dovuta appropriatezza, non è più in grado da sola di produrre il bene salute in misura accettabile. L’attenzione si deve spostare sulla prevenzione primaria e secondaria, sulla organizzazione delle città (viabilità, traffico, mobilità, sicurezza, stili di vita salutari) perché tutto concorre a fare salute.

Occorre quindi avviare un nuovo protagonismo. I sindaci non si devono interessare della gestione sanitaria in senso stretto, quella spetta ai professionisti, ma devono trovare nella fase della programmazione, della governance e controllo della salute delle comunità che amministrano, la possibilità di essere all’interno dei meccanismi decisionali. La programmazione sanitaria deve quindi tenere presente, accanto ai vincoli economico-finanziari, anche elementi tesi al coinvolgimento di fattori sociali, realizzando nel concreto l’integrazione socio sanitaria. Occorre organizzare sul territorio risposte assistenziali che devono per forza integrarsi in modo soddisfacente, coinvolgendo non solo l’organizzazione sanitaria territoriale ma anche quella comunale, del terzo settore e del volontariato. La rete socio sanitaria deve quindi attrezzarsi per vincere le sfide della modernità e il regista di questa sfida non può che essere l’istituzione maggiormente vicina ai cittadini, cioè il Comune: la prima autorità sanitaria sul territorio.

Un esempio in tal senso è quello della Toscana con l’avvio delle Società della Salute che hanno al proprio interno l’autorevolezza del governo locale e la conoscenza tecnica delle strutture della Asl, capaci di fornire quelle competenze in campo scientifico e di organizzazione.

Cambia quindi il punto di vista o, meglio, vengono “integrate” tutte quelle attività che, spesso, rischiano di non attivarsi in sinergia eludendo le reali esigenze del cittadino che, magari anziano, ha bisogno di interventi integrati di sociale e sanitario.

Fabio Sturani

Segretario Generale Federsanità Anci